Commento Liturgia - Santa Maria della Consolazione

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Commento Liturgia

Catechesi

IL VANGELO DELLA DOMENICA
commento di don Fabrizio

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II Domenica del T. O. – Anno B

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,35-42)
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

«Rabbi, dove dimori: Venite e vedrete»
Potremmo racchiudere il Vangelo di oggi in questa frase. Il bisogno radicale dell’uomo di trovare casa e il desiderio di Dio di ospitare la felicità delle sue creature. In questa scena il giro dei sentimenti, dei sogni e delle scelte, avvengono attraverso la visione e l’ascolto. Nulla viene toccato e non ci sono abbracci o strette di mano. Tutto sembra avvolto da una sacralità che non comprende il possesso, ma solo lo stupore di anime che si scelgono e che possono amarsi di meraviglia.

E’ come quando una coppia decide di sposarsi ed inizia a pensare alla casa futura, a come sarà arredata, a quanti figli sarà dedicata la dimora comune. Non c’è nulla ancora, nulla di toccabile, ma è tutto però vivo in una gioia di meraviglia. Diceva uno scrittore russo: «Signore, facci ricordare che il tuo primo miracolo lo facesti per aiutare alcune persone a far festa, alle nozze di Cana. Facci ricordare che chi ama gli uomini ama anche la loro gioia, che senza gioia non si può vivere, che tutto ciò che è vero e bello è sempre pieno della tua misericordia infinita».
(Fedor Dostoevskij)

Credo che il Vangelo di oggi ci sveli proprio dove, anzi in chi abita la nostra gioia. Una volta entrati nel Signore ogni storia personale diventa felice, stabile e seppur sofferta resta una storia indimenticabile, come lo fu per i primi discepoli che hanno annotato anche l’ora, «le quattro del pomeriggio» del loro incontro con Gesù: indimenticabile!

Non importa cosa faremo da grandi… E’ essenziale far prendere vita alle proprie scelte immergendole negli occhi del Signore. La vocazione primaria è quella dell’amore, poi diventa «un fare qualcosa» per qualcuno. C’è sempre un anelito, una contemplazione, uno stupore che viene prima del tocco concreto. Stare con Gesù costruisce il nostro fare.

Non potrò mai amare una moglie, un marito, una comunità. Non potrò mai camminare con un amico, servire un povero, sostenere una responsabilità se il mio essere profondo non si è ancora consegnato nel perimetro spirituale dell’amore di Dio.

Devo lasciare le certezze del nido come lo era il Battista per i suoi discepoli.  Devo cercare il largo dello stupore, l’Alto dell’abitazione di Dio che si trova in mezzo alle Montagne, lontano dalla sicurezza della pianura terrena illuminata dai fragili lampioni uomini pieni di oscurità. Devo salire per abbandonare la casa sicura dove mie scelte hanno preso già le loro contromisure. Sono franosi, infatti, i mattoni delle nostre relazioni che si barcamenano tra rischi e benefici, tra approvazione e biasimo. Bisogna lasciarci attirale da Gesù che ci conosce bene per iniziare a navigare nell’oceano di Dio.

Se sarà così spariranno tante nostre amarezze, rivalità ed ambizioni false spacciate per buone aspirazioni. Se un’anima dimora nella casa di Dio ad essa nulla manca. Quando nei miei servizi mi sento a casa con Gesù, tutto è in pienezza, ed anche una semplice ramazza in mano mi riempie di gioia. Abbiamo tutti un po’ bisogno di abbandonare nomi e titoli di merito, medagliette con cui vogliamo essere ricordati e amati. Facciamoci chiamare «Pietro» lasciando che l’uomo vecchio con i suoi egoismi possa tramontare.

Ma per fare questo c’è bisogno di camminare tanto, tutti, verso un servizio più delicato e capace di guardare in Alto per abitare senza toccare. Alla fine si potrà essere davvero utili nel lasciare le vite altrui così come sono, senza cambiarle o giudicarle, usando le mani solo per pregare, affidandole a Dio senza sfigurarle, e dirigendo gli occhi per contemplare le meraviglie di Dio in quelle preziose esistenze. Alla fine ci sarà chiesto di far pulsare il cuore non per bramare o desiderare, ma per abitare serenamente in territori della vita altrui in rispettosa distanza. Gli altri sono «terra sacra» da servire sinceramente imparando a togliersi i sandali davanti ad essa. Con Dio anche questo sarà possibile.

Sia lodato Gesù Cristo

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