Commento Liturgia - Santa Maria della Consolazione

Parrocchia Santa Maria della Consolazione
Via Aldo della Rocca, 6 - 00128 Roma
Diocesi di Roma
Parrocchia Santa Maria della Consolazione
Vai ai contenuti

Commento Liturgia

Catechesi

IL VANGELO DELLA DOMENICA
commento di don Fabrizio


XIX Domenica del T.O – Anno B

Dal primo libro dei Re (1Re 19,4-8)
In quei giorni, Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,41-51)
In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

«Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri».

Pensate, queste parole le ha pronunciate Elia, un grandissimo profeta, quello che per tradizione era l’ultimo prima dell’arrivo del Messia. Perciò Elia profeta dal cuore confinante con quello del Signore, perché desidera morire? Quest’uomo, lontano secoli da noi, è un cesto di amore che raccoglie in sé tutte le disperazioni della terra. Quante volte anche a noi è capitato, o forse sta capitando, di sentirci alla fine, prigionieri di un destino, di un “fine corsa” senza soluzione. Magari non pensiamo di morire, ma ci sentiamo dimenticati, diluiti in una storia per la quale non siamo più importanti. Ebbene Elia viene ridestato dall’angelo di Dio che è accanto anche al nostro sonno rassegnato.

Sì, ciascuno possiede una piccola o grande disperazione che lo fa piangere, anche in silenzio e da solo. Tuttavia questa amarezza non è così oscura in quanto ogni nostro buio contiene un angelo che si prende cura di noi. Non so che nome abbia o che lineamenti indossi, però ce lo manda il Signore, che chiede solo la fiducia. Noi tutti siamo attirati dal Padre Celeste fin dal battesimo. Nel cuore c’è una antica sorgente, forse impolverata ed ostruita dalle tante aridità di fede, ma qualche gorgoglìo si sente ancora. Gesù ha bisogno della emersone volontaria della sua sorgente per rinnovarci, perché il suo angelo si trova nelle nostre profondità. Anche se oggi stiamo male, anche se qui alla Messa non ci sentiamo ascoltati, non siamo diventati estranei o lontani da Dio, perché il Signore lo abbiamo dentro per creazione e per natura. Però abbiamo disimparato a riconoscerlo, a sentirne la voce. Ci siamo così induriti e sfiduciati che, come Elia, ci addormentiamo di fronte al linguaggio che Dio usa: l’Amore. Ritroviamo le antiche sorgenti, quello zampillare fragoroso che si è spento negli infreddoliti ed amareggiati deserti del cuore.

Abbiamo rattristato lo Spirito Santo che dal Battesimo aveva preso casa in noi. Ma possiamo farlo sorridere di nuovo tornando ad essere somiglianti a Dio non nella natura, ma nelle intenzioni e nei comportamenti. La carità è il lineamento che ci disegna simili alla Trinità. L’amore è il forno del pane del cielo che ci cuoce e trasforma in misericordia. E Gesù vuole riaccendere questa fornace a partire dalla tenue brace fumigante. Aiutiamolo a far risplendere la nostra vita interiore perché lievitino le buone intenzioni per una vita che non può rassegnarsi in un sonno senza speranza.

Ce lo dice anche Jean Corbon, un sacerdote domenicano che ha vissuto in Libano e morto nel 2001, che ci vede tutti come i “roveti ardenti” dove Dio è presente. Siamo creature infiammate dal Signore anche nei momenti più bui. Dice:

«Se sapessimo riconoscere il dono di Dio, e provare stupore, come il pastore Mosè, davanti al Roveto Ardente che non si consumava. Noi siamo quei roveti ardenti che costeggiano le vie del mondo. Abbiamo bisogno di vedere la fiamma che ci arde dentro, come una nuova Trasfigurazione del nostro essere che parte e comincia con il cambiamento del nostro sguardo. È lo sguardo con cui ci accostiamo alla vita che deve essere trasfigurato nel Signore, che rimane sempre lo stesso. In Lui la quotidianità della nostra vita, banale e straordinaria, può rivelare una inaspettata ed abbagliante profondità. Il mondo intero è un roveto ardente, ogni essere umano, qualunque sia l'impressione che suscita in noi, risplende di questa profondità eterna di Dio. Vedendo con fede, l'uomo in Dio e Dio nell'uomo, diventeremo capaci di amare e l'amore sarà vittorioso su ogni morte. Il Signore è stato trasfigurato pregando, e anche noi verremo trasfigurati solo nella preghiera. Senza il rapporto alla sua Luce e la nostra vita rimane sfigurata. Essere trasfigurati è imparare a vedere la realtà con gli occhi spalancati, con le pupille di Cristo». (Jean CORBON, sacerdote maronita in La gioia del Padre, Magnano 1997).

Sia lodato Gesù Cristo.



Assunzione della Beata Maria Vergine 2018

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 11,19; 12,1-6.10)
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,39-56)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La parola dell’Apocalisse ci racconta l’invisibile, ciò che accade nella storia di tutti i tempi ma soprattutto all’interno della nostra anima. Il cielo è il nostro cuore e dentro ad esso c’è un’Arca, una Promessa, un’Alleanza deposta in profondità. Siamo creati e sigillati con il marchio dell’Amore di Dio che ha stampato la sua immagine nel nostro essere. Noi siamo il tempio del Signore. L’Apocalisse ci racconta di due segni, uno grandioso che descrive il nostro cammino verso il Signore anche in mezzo alla deformità del peccato. Il nostro essere, pieno di contradizioni, contiene l’immagine del Paradiso dove regna la donna coronata di stelle, cioè la chiesa, cioè quell’umanità finalmente redenta e al sicuro. La donna vestita di sole che tiene sotto i piedi la luna rappresenta il trionfo della promessa di Dio. Ciascuno di noi è invitato a partecipare a questa eternità beata. Ma bisogna scegliere a cosa, anzi a Chi, vogliamo appartenere.

Ecco il senso dell’altro segno, che non è grandioso, perché non merita di essere definito grande. Il segno del Diavolo è una grafia di morte, una scritta nera sulla vita. Il Male vestito di violenza sul debole, è sempre una coda che toglie e ruba la luce delle stelle, come fa in dragone. L’odio e il rancore è un segno senza grandezza e senza onore. Noi abbiamo davanti a noi ogni giorno quel dragone, quella presenza di male che vuole oscurare il nostro cielo, e rubarci l’esultanza nello Spirito che provò il Battista davanti a Maria nel grembo di Elisabetta.

Nella battaglia contro il male sarà tutta questione di fede ed umiltà. Nella lotta contro le potenze che intimidiscono, e le tentazioni che seducono, sarà solo questione di fede in Dio e nelle sue promesse. Fuori di noi, c’è un angelo decaduto che vuole entrare nelle nostre anime e portarci via la promessa di Dio, come il corvo con il buon seme della Parola. Un male che per prima cosa cerca di chiuderci ogni strada, di accecare la nostra speranza, di intimidirci affinchè scegliamo lui, e crediamo che Dio ci ha abbandonato.

Ed invece il Signore nel deserto della nostra battaglia, quando ci sentiamo perdenti, fa scaturire l’acqua e la sorgente che apre la voragine e l’abisso di misericordia sul peccato. Dio crea un’oasi per il fedele che si affida alla Provvidenza. Se oggi il male vorrà mettermi all’angolo, Dio potrà tirarmi fuori e portami nella Terra Promessa.

Maria rappresenta tutto questo. Oggi Assunta in cielo, da lassù ci ricorda la bellezza a cui siamo chiamati, e ci regala la mappa per navigare nel deserto della vita infestato dalla malvagità del dragone antico. La mappa è il suo Magnificat, e la via che ci orienta nella strada della salvezza è la lode della nostra anima, unico vaccino ed antidoto contro i morsi infestanti della pretesa e della superbia.

La nostra giornata si apra sempre con le parole della Vergine: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome». Così facendo la nostra anima recupererà presto l’esultanza dei mesi in cui eravamo nel grembo di nostra madre pronti a vivere la splendida avventura della nostra storia terrena a braccetto con il Signore della Vita, in attesa della corona di stelle che Dio vorrà donarci appena torneremo nella sua Casa.
Sia lodato Gesù Cristo




webmaster Donfy
Torna ai contenuti