Commento Liturgia - Santa Maria della Consolazione

Parrocchia Santa Maria della Consolazione
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Commento Liturgia

Catechesi

IL VANGELO DELLA DOMENICA
commento di don Fabrizio

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III Domenica di Avvento – Anno C

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,10-18)
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».  Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo. Giovanni il Battista che accoglie presso di sé tutti coloro che sono stati toccati da una sana inquietudine, parlando alle folle, ai pubblicani, ai soldati, in realtà si sta rivolgendo a tutti noi, nlle stagioni della vita.

Sì, siamo simili alla folla, uomini rumorosi, e confusi, trascinati dalle mode e dagli eventi. Nella stagione della vita in cui siamo distratti, indifferenti e deresponsabilizzati rispetto ai veri valori, Gesù ci parla dell’amore che purifica dall’ambiguità di chi si nasconde con troppa facilità. Ma noi siamo simili anche ai pubblicani, che appartenenti al popolo lo tradiscono alleandosi con gli oppressori. E’ il modo di essere di chi sosta su quel nebuloso dentro o fuori, di chi cavalca opposte visoni di vita a seconda di ciò che conviene, quell’essere impastati di fede e paganesimo, di amore e cinismo, senza volersi mai decidere. Magari oggi siamo pubblicani perché abbiamo smarrito l’amore di un tempo quando eravamo fervorosi e ci siamo spenti, oppure siamo pubblicani perché preferiamo essere folla il senza il coraggio di fare un passo successivo e scegliere Gesù.

Il dialogo con il soldato rappresenta la fase in cui ci sentiamo come militanti, difensori strenui della verità creduta e professata. Una cosa buona se non ci fosse il rischio della prepotenza, dell’arroganza che nasce dal nostro sentirci troppo sicuri di essere diventati i depositari unici della correttezza del valore, i possessori del perfetto modo di aver fede che giudica ogni altra espressone di devozione ed amore degli altri.

Dio, attraverso il Battista, chiede sobrietà, distacco dalle nostre convinzioni, una sorta di salutare e saggio allontanamento dal nostro sentire preso come assoluto, per non rischiare di identificaci nel fanatismo, che diventa solo un despotismo. Relativizzarci, per ritrovarci in più umili panni, ci permette di affidarci all’amore del Signore.

Sì, il Signore sa che siamo diventati “fanatici” di noi stessi, idolatri delle nostre convinzioni. E questo accade in positivo ed in negativo, nella fragilità e nella forza. Infatti quando ci sentiamo come la folla, sempre un po’ fuori dal centro della vita e forse della gioia, cadiamo nella depressione di chi si crede ormai ai margini, abbandonati alla solitudine e al disinteresse come unica compagnia di vita possibile. Anche la solitudine può diventare un fanatismo da curare! Ma tutto ciò accade anche quando ci sentiamo troppo sicuri, percependoci troppo in alto, come tesorieri e depositari di ogni valore, facendo della nostra vita una distruttiva missione a difesa di ciò in cui crediamo.

La sobrietà del Battista in definitiva è l’umiltà di Gesù che non ci indirizza nella retorica di stili di vita francescani o similari che riguardano persone consapevoli di scelte radicali. Qui la sobrietà è espressione della nostra felicità, una scelta di leggerezza, che non è privazione, o sacrifici, od ascetismo finalizzati a sé stessi, ma semplicemente una lucida capacità di sapere distinguere l’utile dal superfluo, il necessario dallo spreco. E quanto più riusciamo ad andare verso l’essenziale, tanto più saremo sereni, ricchi di relazioni, e dunque profondamente felici ed unificati, dove la vita sarà l’unica stagione piena di amore nella quale serenamente far convivere folla, pubblicani e soldati.

Sia lodato Gesù Cristo

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