Commento Liturgia - Santa Maria della Consolazione

Parrocchia Santa Maria della Consolazione
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Commento Liturgia

Catechesi

IL VANGELO DELLA DOMENICA
commento di don Fabrizio

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XXIV Domenica del T.O. – Anno C

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-32)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La pecora smarrita, la moneta perduta, il padre misericordioso. Non sappiamo dove mettere le mani in questa abbondanza di amore. Vogliamo ripercorrere con Gesù, con cui stiamo andando insieme a Gerusalemme, queste parole piene di luce. E’ bello ricordare la pecora smarrita come quelle volte che ci siamo svegliati un po’ tristi, incupiti e sfiduciati con ben “novantanove motivi” per non credere alle possibilità meravigliose della vita e della giornata. Grazie alla forza di Dio è spesso sopravvissuta una voce, la centesima, che piccola e umile ci ha fatto vivere tutto con un amore incredibile. Grazie alla vicinanza del Signore siamo stati capaci di portare sulle nostre spalle il peso delle vite che intorno a noi si erano smarrite. E le abbiamo raccolte, lì dove erano senza giudicarle, portandole a casa festeggiando, proprio come avresti fatto Tu, che non condanni nessuno quando cade nel proprio burrone. Grazie alle spalle forti che Dio ci ha offerto per respingere le “novantanove banalità” che ci avrebbero lasciati più tranquilli, ma rinchiusi in noi stessi.

E che bello oggi ricordare la moneta smarrita come il simbolo della vera generosità nascosta e sincera spesso dimenticata nelle giornate piene di roboanti successi. Grazie a Te Signore per tutte le sconfitte che abbiamo subito e che ci hanno riportato a quel decimo e smarrito spicciolo che ci ricorda da dove siamo partiti, da quelle antiche fatiche, magari pagate niente, che sono state preziose per mantenere incorrotto un perimetro di carità nella nostra anima. Vale sempre la pena avere presente, quasi in una teca interiore, quella monetina che ci ricorda la bellezza della fatica in perdita, del lavoro non pagato, insomma di quella fatica immensa fatta solo per amore e non vista da nessuno. Tu beato decimo spicciolo, torna a provocarci nei momenti d’oro dove è facile crogiolarsi delle immeritate e rubacchiate fortune, perché non dimentichiamo chi siamo davvero.

Ed infine che bello rintracciare il filo d’oro nascosto nel cuore del padre che segretamente passa per i suoi figli immaturi. Quel genitore silenzioso che soffre senza interferire nelle scelte di chi lo sta abbandonando, dimenticandone l’amore. Ma questo padre che sembra subire un distacco irrimediabile, in realtà è dentro il cuore di chi fugge. L’amore vero, anche se te ne vai, non ti sfratta mai e riemerge come sorgente quando lontano dagli occhi ti toglieranno tutto e tu nudo ritroverai proprio la dignità nell’amore da cui sei scappato. Grazie Gesù che verso Gerusalemme ci racconti questo. Una parola la vorrei dire per le persone che in queste tre parabole non hanno saputo festeggiare la gioia della pecora ritrovata e della moneta recuperata e del padre che festeggia il figlio che ritorna. Forse siamo un po’ tutti “riassunti” nei sentimenti del figlio maggiore, un uomo troppo triste per festeggiare, prigioniero di una mestizia tutta sua, nata da un cuore impermeabile all’amore. Alla incapacità di far festa risponde un bambino, Leone, che descrive questa malattia, la tristezza dei grandi:

«Io ho due amici, Malik ed Umar che hanno un negozio sempre vuoto. Non è per niente facile parlare con loro: essendo adulti, hanno da lavorare ed in piú sono troppo tristi. Sì, questa storia della tristezza è un problema. Uno può essere triste ma poco, allora va bene: ci puoi parlare lo stesso. Ma se uno è troppo triste, come si fa? Tu inizi un discorso e lui non ti segue, non ti risponde, non ti parla. Soprattutto Umar è cosí triste che sparge tristezza anche in giro, sugli scaffali e contro i vetri. Fà diventare triste persino l’aria. Anche per questo secondo me entrano poche persone nel suo negozio» [Paola Mastrocola, Leone 2018].

La vita è davvero un negozio dove non entra nessuno se l’aria che si respira sprigiona tristezza mortale. Chiediamo a Gesù di guarirci dal rancore che non riesce a far vivere un solo istante con serenità, fino a far scappare anche le note della musica.
Sia lodato Gesù Cristo

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