Commento Liturgia - Santa Maria della Consolazione

Parrocchia Santa Maria della Consolazione
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Commento Liturgia

Catechesi

IL VANGELO DELLA DOMENICA
commento di don Fabrizio

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XV Domenica del T.O. – Anno C

Dal Vangelo secondo Luca (10,25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Un dottore della Legge, “esperto di Dio”, rivolge a Gesù la domanda sulla vita eterna, sintomo di quel turbamento che risiede in ogni cuore. Gesù dice che l’eternità è una dimensione che non si eredità, ma nella quale si entra fin dalla nascita ed in essa si permane con una scelta di vita a favore del prossimo. Qui nasce la nostra furbizia. Chi è il mio prossimo? Quasi a domandare a Gesù di fare per noi una selezione ragionevole, una lista sintetica di categorie da soccorrere con sforzo minimo e se davvero indispensabile. Gesù dovrebbe anche escludere tutti quelli che non ci piacciono ai quali sarebbe meglio di non dare lo statuto di «Prossimo» per non metterci in grande imbarazzo.

Dietro alla domanda dello Scriba c’è questo orizzonte che abbraccia un po’ tutti. Ma Gesù racconta una storia al posto di una lista di nomi, di caratteristiche, di dimensioni morali e fisiche che avremmo preferito sentire per rassicurarci nel nostro svicolare quotidiano. Ebbene sì, sembra di ritrovarci ai tempi del Profeta Natan che espone a Davide un racconto per stanarlo dal suo peccato, dopo l’astuta presa di possesso di Betsabea con uccisione compresa del marito Uria. Natan, come Gesù, usa una storia nella quale possiamo leggere la verità e il messaggio senza alzare barriere e difese.

E nel racconto del Samaritano si comprende come il prossimo da aiutare e salvare alla fine siamo noi stessi da aiutare soprattutto per guarire da una deriva morale e spirituale. Quell’uomo mezzo morto, pestato a sangue e lasciato sul ciglio della strada ci rappresenta. Siamo un mucchietto di nulla che la Provvidenza sostiene ogni giorno. Perché anche su di noi, scartati, depredati ed emarginati, quando la disfatta dilaga e tutti prendono il largo, si china l’amore di Dio con un soccorso attento, tenero, mai frettoloso ma duraturo e fedele. E’ questa l’esperienza di amore che deve cambiarci. Sentire la pazienza del Signore che ci carica sulle sue spalle, che perde tempo con noi quando non ce lo meriteremmo, e che non usa le nostre debolezze per suoi interessi, ma ci regala le medicine giuste solo a nostro vantaggio. Dio non ci tratta come fanno tanti uomini subdoli che sempre sono in cerca di persone fragili e ferite per portarle a casa loro, con l’illusione di offrire paradisi inesistenti che li rendono schiavi e dipendenti di miseri aiuti. Invece Dio ci prende «sulla sua cavalcatura» come il Samaritano che rimane discretamente anonimo e porta il malato in albergo, in territorio neutro, lontano da casa sua e anche dall’imbarazzo della riconoscenza. Dio ama al punto da non chiedere neppure gratitudine.

Ecco il mio prossimo: alla fine sono «io» pronto ad imparare dal grande amore di Dio come diventare un Buon Samaritano per gli altri. Il Signore si è chinato su di me fin dalla nascita e l’Eternità è proprio la felicità interiore di sentirsi guardati dall’Amore che avvolge il cuore di chi si mette in viaggio ogni giorno sapendo che la mèta è l’altro, a qualunque condizione, più o meno disgraziata, appartenga. Ogni creatura è degna delle nostre soste. Il viaggio verso il Paradiso inizia qui: dal guardare l’altro con gli occhi profondi della gratitudine, sapendo vedere nel mio abbraccio con chi è sfinito, quel volto del Signore che non mi ha mai abbandonato anche quando tutti mi riempivano di belle parole passando al largo dalle mie pene e dai miei dolori. Grazie Signore, grazie «Abba!».

"Se pensiamo alle persone che ci hanno infuso speranza, rafforzandoci nello spirito, spesso scopriamo che non erano affatto dei professionisti del consiglio, dell'ammonimento e della morale. Non ci ha consolato chi ci insegnava a campare, senza essere coinvolto nella nostra sofferenza. I predicatori che offrono le loro soluzioni da pronto soccorso, ci deprimono perché evitano la necessaria solidarietà da cui proviene ogni guarigione. Né Kierkegaard, né Sartre, o tanti altri, hanno mai offerto soluzioni. Eppure molti di quelli che li leggono ancora trovano nelle lor parole energie per proseguire nella ricerca di una vita più serena. E’ chi non sfugge ai nostri dolori, è chi ha il coraggio di toccare pietosamente le nostre piaghe, è solo lui che ci guarisce e ci rafforza. In verità, il paradosso sta nel fatto che l'inizio della guarigione risiede nella solidarietà in quel nostro dolore. Non pretendiamo che ci sia risolta la vita, ma almeno che sia condivisa, abbracciata e amata così com’è. Nella nostra società, orientata verso le soluzioni, è sempre più importante rendersi conto che voler alleviare il dolore senza condividerlo è come voler salvare un bambino da una casa in fiamme senza correre il rischio di ustionarsi. Ma a quel bambino non serve un pompiere impaurito e vile".

(H.J. NOUWEN, Viaggio spirituale per l'uomo contemporaneo, Brescia 19998, 54).

Sia lodato Gesù Cristo



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