Commento Liturgia - Santa Maria della Consolazione

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Commento Liturgia

Catechesi

IL VANGELO DELLA DOMENICA
commento di don Fabrizio

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V Domenica di Pasqua – Anno B

Dagli Atti degli Apostoli (At 9,26-31)
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

«Un intervento di potatura ben eseguito può plasmare la forma della pianta, renderla più resistente alle avversità e determinare la quantità e la qualità dei frutti»

Gesù ha legato a se stesso l’esempio della vite e della potatura dei tralci. Se lo ha fatto è perchè questa sua creatura (la vite) ha tanto da insegnarci. Innanzitutto nel Vangelo si dice che la vite verrà comunque recisa, o per gettare via i rami improduttivi, o per renderli più fruttuosi. La nostra vita insomma è soggetta ad interventi “dolorosi” guidati dalla sapiente mano della Provvidenza. Solo Dio sa come, dove e quando intervenire e per quali motivi. Io ho capito una cosa, almeno per me, e cioè che nella nostra vita i rami dei progetti, delle azioni, dei pensieri, dei sentimenti, di ciò che si fa ogni giorno, ebbene tutto questo non rimane uguale nel tempo. Tutto si evolve negli anni e la «pianta» che ciascuno di noi rappresenta rapidamente cambia forma e densità: si ammala e guarisce, soffre e anche quando sembra morire, subito riparte. La nostra vita insomma è fatta per attraversare con fiducia inverni difficili e giungere a primavere fantastiche e piene di speranza.

Una cosa in tutto questo divenire mi resta impressa: non si rimane uguali, e perciò la pretesa di non cambiare “mai” resta assurda. Inoltre siamo noi a decidere se l’intervento degli avvenimenti, se gli incontri con le persone, se gli imprevisti, se tutto ciò sarà per noi un taglio senza futuro o una salutare potatura. Con la nostra adesione di cuore scegliamo se la vita quotidiana toglierà parti di noi morenti perchè irrecuperabili, oppure eseguirà potature necessarie affinchè noi stessi diventiamo ogni giorno degni della vita eterna. Dio non caccia mai via nessuno dal suo Amore, ma come Padre interviene ogni giorno nella nostra storia perché non diventi un quieto vivere svuotato di tutto, una esistenza calante verso intrecci contaminati di interessi che spiaggiano la coscienza nella polvere di sentimenti e desideri lontani dalle altezze a cui ci chiama la nostra natura e dignità.

Oggi ci è soprattutto raccontata la potatura più importante alla base della scelta di diventare discepoli di Dio: è il perdono ai fratelli. Una compassione misericordiosa costante, non episodica, che deve riguardare tutti: chi ferisce e chi è ferito dalla vita. Nessuno può sentirsi esentato dall’appello al perdono. Oggi san Giovanni ci dice così: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato». Perciò se noi ci professiamo discepoli, vogliamo affermare a noi stessi che non lo siamo solo a parole, ma che accettiamo la verifica della vita che ci mette alla prova. E’ come dire al Signore che aspettiamo da Lui l’occasione per esercitare il perdono e l’amore, e fargli vedere che non lo amiamo solo a parole, ma nei fatti concreti.

E allora chiediamoci se, ad oggi, le occasioni per amare il prossimo con il perdono che vuole dire accoglienza, custodia, interventi generosi e concreti di sostegno spirituale ma anche materiale, ebbene domandiamoci se tutto questo ha trovato parole o fatti. L’altro insomma nel suo esistere, nel momento in cui la Provvidenza me lo mette davanti, è stato per noi occasione di taglio o potatura? L’altro che Dio mi fa incontrare è una esperienza che mi sta facendo cadere in pezzi seccati dall’egoismo? Oppure l’altro è un fratello che sta facendo fiorire germogli di gratitudine a Dio? Non basteranno le buone intenzioni perchè un giorno Dio dirà con una Parola irrevocabile se sono stato suo amico e discepolo, oppure se la mia esistenza terrena sarà come quelle di una pianta secca, degna di essere ornamento dell’inferno, abitato dal diavolo e da tutti i suoi inutili e freddi complici, uomini dalle esistenze svuotate dall’indifferenza che si sono anche creduti buoni e santi.

Sia lodato Gesù Cristo



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